SCIENZA NARRATA

“SCIENZA NARRATA” 2017 ANNALISA PACIFICO VINCITRICE DEL PREMIO SOCIAL

 

“La scienza narrata”
Un viaggio nell’immaginario scientifico giovanile 

Anche quest’anno il Liceo Scientifico Diaz si distingue al Concorso “La Scienza Narrata” con il racconto dell’alunna Annalisa Pacifico 4 E che ha vinto il Premio Social per il racconto più votato del web. Sono stati oltre 200 gli elaborati a partecipare al concorso, provenienti da 30 scuole di tutta Italia.

Con il Concorso “La Scienza Narrata” , Merck intende rafforzare il suo impegno nella diffusione e promozione di una cultura della scienza rivolgendosi al pubblico giovane. Agli alunni partecipanti all’iniziativa, si è chiesto di comprendere la scienza come qualcosa di così vicino alle loro vite, da poterne parlare in un racconto, al pari dell’amore o dei problemi adolescenziali. Un nuovo percorso culturale, dunque, a sostegno delle nuove generazioni, un invito a considerare scienza e letteratura come due elementi facenti parte di un unico sistema della conoscenza ampio e universale.

Annalisa, invitata il 13 luglio a Roma, a Villa Miani, alla cerimonia finale del 15° Premio Letterario Merck, è stata premiata assieme ad eccellenze del mondo scientifico, letterario e culturale, con il racconto “Tutto quello che amo fa male”.

 

Tutto quello che amo fa male

di Annalisa Pacifico

Sono una ragazza semplice, pochi anni, molti anelli. Una natura morta dalla chioma folta, un fiammifero già spento, o forse non ancora acceso. Niente gioielli, due diamanti. Colorata dentro e non fuori, o forse fuori e non dentro, forse tutta bianca, forse tutta nera. Trasparente ma di spessore, oppure opaca ma vuota. Forte e sottile, debole e doppia, faccio rumore in punta di piedi e sono silenziosa quando corro. Confondo e chiarifico, sostengo gli sguardi e li sfuggo, sorrido ma non troppo, mi arrabbio a volte ma non poco, o forse è il contrario. Non so mostrarmi, né descrivermi, gli altri lo fanno per me. Che abbiano ragione o no, non fanno altro, e nell’insieme delle cattiverie costruiscono una mia fotografia sfocata. Dicono che sia strana, addirittura che cambi comportamento, espressione del viso e dello sguardo più velocemente di quanto Chiara Ferragni non pubblichi le del suo “outfit giornaliero”. Altri hanno azzardato la parola “bipolare” in maniera sprezzante, quasi fosse un disastro essere bipolare, una malattia dalla quale non poter più guarire, o forse lo è. Mi spaventa ma mi attira, e l’idea non mi dispiace ma mi rende triste un poco, un poco che è abbastanza, ma sapendo di essere bipolare sarei felice. Sarei felice, poi triste, di nuovo felice, arrabbiata, spensierata, cupa, solare, e sarei libera di esserlo. Infatti, il bipolarismo, o disturbi dello spettro bipolare, non è altro che un disturbo psichiatrico caratterizzato dall’alternanza tra l’eccitamento della sfera psichica e la sua inibizione, che porta ad alterazioni dell’equilibrio timico, dei processi ideativi, anomalie del livello energetico e del ritmo sonno-sveglia, nonché del livello comportamentale. Forse questa descrizione un po’ mi si addice, o forse no. E’ chiaro oramai, non sono in grado di descrivermi, non lo sono mai stata, eppure saprei dire cosa mi piace, cosa amo.

Sono una ragazza semplice, odio tutto ma amo parecchie cose, forse non dovrei ma, noncurante eppure consapevole degli effetti che tali cose hanno sul mio organismo e dei rischi che queste rappresentano per me e per il mio corpo, lo faccio lo stesso. Non riesco a evitarlo, o forse non voglio.

Sono una ragazza semplice, e amo la musica. Non ho preferenze, la amo tutta, in ogni suo genere e sfaccettatura, senza eccezioni. Amo ascoltarla in ogni momento della giornata, appena sveglia e prima di andare a dormire, nei momenti liberi a scuola, lungo il tragitto verso casa. Amo le vecchie canzoni che ormai hanno fatto il loro tempo, amo i brani appena rilasciati, la musica classica, la jazz, quella rock, quella pop, quella che nessuno sa definire, quella del cantante sconosciuto e del cantante depresso che non piace a nessuno, quella delle discoteche o degli happy hour in estate al bar con gli amici. Amo tutta la musica, soprattutto quando la ascolto da sola, con il suono che passa attraverso le cuffiette e raggiunge il mio condotto uditivo. Tutto rigorosamente ad alto volume, anzi, al massimo livello che il volume di quel determinato dispositivo può raggiungere. Provocherò danni al mio sistema uditivo, le onde lacereranno le pareti del condotto che porta al timpano, che potrebbe restare intatto, così come lacerarsi esso stesso. A lungo andare ciò mi porterà, nella migliore delle ipotesi, ad un trauma uditivo, con il suo senso di ottundimento auricolare, ronzio continuo e perdita temporanea dell’udito. Se sarò fortunata, potrei ottenere una diminuzione del livello acustico per le frequenze alte e un “tinnitus”, un fischio che permarrà in eterno e che probabilmente mi farà diventare matta. “Potrai diventare sorda”, mi dicono. Ne sono consapevole, e decido di accettarlo.

Sono una ragazza semplice, amo ballare. Ballo da sola, “ballo fuori” tutto quello che la rabbia fa ribollire dentro di me. Ballo anche in discoteca, dove la musica non può che essere al volume che piace a me, ed è proprio in discoteca che incontro il mio terzo amore.

Amo bere alcolici. L’alcool è ad oggi la droga più diffusa al mondo nonché la più assunta e, dati gli effetti ansiolitici e di rinforzo positivo che ha su di me, non ne sono sorpresa. Mando giù un bicchiere, poi due, tre, fino a perdere il conto; una sera, due, tre, e così via, perché gli effetti aumentano in maniera direttamente proporzionale alla dose che assumo. Più bevo e meglio sto, in poche parole. Non bisogna però pensare che sia ignorante sulla parte teorica, sul modo in cui quel siero agisce su di me e sui numerosi rischi che esso comporta. L’alcool, infatti, non possiede dei recettori specifici, e dunque agisce sul sistema nervoso centrale nella sua totalità, inibisce i recettori per i neurotrasmettitori eccitatori, ed eccita quelli per gli inibitori; agisce sul sistema neurale attaccando i canali ionici delle membrane dei neuroni, come quelli del calcio e del cloro. Probabilmente anche il GABA, Acido γ-amminobutirrico, è coinvolto negli effetti di rinforzo positivo dell’alcool, probabilmente per il suo effetto inibitorio sul sistema nervoso centrale che determina una sedazione generalizzata ed effetti ansiolitici. L’alcool crea dipendenza, e io ne dipendo già da un po’ di tempo;  a lungo andare provoca danni più o meno seri agli organi interni, quali stomaco, fegato, pancreas e sistema cardiocircolatorio. Tra qualche anno potrei essermi procurata una cirrosi epatica, magari cronica, ovvero un malfunzionamento del fegato causato da un’infiammazione e dalla trasformazione dell’organo in tessuto fibroso; in alternativa, potrei tranquillamente soffrire di anemia, di un anomalo numero di piastrine, oppure potrei aver danneggiato le pareti delle mie cellule sanguigne nel giro di qualche anno. Potrei dover prendere delle pasticche, fare delle cure specifiche, potrei dover essere operata, potrei morire. “Ti rovinerai”, mi dicono. Ne sono consapevole, e decido di accettarlo.

Sono una ragazza semplice, amo stare da sola. Dicono che sia il combinarsi tra alcool e musica ad alto volume a portare all’isolamento, come sarebbe stato dimostrato da diversi studi, ma la cosa non mi convince. Altri dicono che io non sia ben accetta da tutti e che ciò mi abbia portato ad adattarmi a determinate condizioni, ma non credo neanche a questa “teoria”. Semplicemente amo essere in solitudine, che lo si voglia chiamare isolamento poco importa, purché ci si informi sull’isolamento. Forse è vero, io mi isolo, e questo mi ricollega ad una possibile futura esigenza del mio cervello. Infatti, il cosiddetto isolamento sociale non implica solo delle reazioni legate a sentimenti ed emozioni, bensì anche una situazione nella quale è il nostro cervello ad essere bisognoso di stimoli. Nel momento in cui determinati stimoli, provenienti dall’ambiente esterno, dovessero venire a mancare, il cervello interverrebbe da solo per rimediare a questa carenza, producendo degli stimoli per se stesso. Io continuerò a stare sola finchè lo vorrò, finché ne avrò bisogno e finché ciò mi farà stare bene. Che il mio cervello lo prenda come un esercizio. Non mi sorprenderei se, per supplire ai mancati stimoli esterni, esso cominciasse a allietarsi con delle allucinazioni, con suoni, immagini e sensazioni distorte. Forse la compagnia sarà migliore di quella che mi viene offerta al momento dal mondo che mi circonda, forse farò nuove amicizie, forse riuscirò a litigare anche con queste nuove figure, forse sentirò delle voci e riuscirò a zittirle o forse vorrò che mi facciano compagnia, chi lo sa. Se queste allucinazioni mi permetteranno di continuare a stare bene, ben venga. “Diverrai matta”, mi dicono. Ne sono consapevole, e decido di accettarlo.

Sono una ragazza semplice, e amo mangiare. Amo mangiare ciò che fa più male, il cosiddetto “junk food” o cibo spazzatura, dalle patatine fritte ai cheeseburgers, dai nachos alle crocchette di pollo, dalle bevande gassate e ricche di zuccheri ai frullati al cioccolato e fragola, con tanto di panna. Più una cosa sa di frittura, maggiore è la quantità di salse con la quale riesco a condirla, più il suo sapore mi aggrada, il che mi spinge a mangiarne ancora. Questo accade perché le sostanze all’interno di quegli stessi cibi, unti ma saporiti, inviano dei segnali al mio cervello, spingendomi a mangiarne ancora, e aumentano in me il senso di fame, nonostante le calorie già assunte in precedenza. Inoltre, il junk food è stato a lungo studiato e, dopo molte ricerche, si riesce a produrne con delle sostanze che inibiscono una sensazione secondo la quale, quando si assaggia più volte lo stesso sapore, si comincerà ad essere insoddisfatti di quel sapore. Proprio per queste motivazioni, la mia voglia di cibo spazzatura e il livello di gradimento che esso provoca all’interno del mio corpo non potranno mai essere spazzati via da me, nonostante i vari rischi che i grassi contenuti al suo interno possono rappresentare. Infatti, le fritture e tutto ciò che le accompagna, potrebbero portarmi a soffrire di diabete, ovvero una patologia del sistema endocrino causata da un eccessivo livello di zuccheri all’interno del sangue e da una riduzione della quantità di insulina prodotta dal pancreas. Inoltre, potrei soffrire di obesità, malattie cardiovascolari e tumore. Eppure non riesco a sbarazzarmene, è il mio “mangiar sano”. “Questo non è mangiare sano, anzi, ti porterà dei problemi”, mi dicono. Ne sono consapevole, e decido di accettarlo.

Sono una ragazza semplice, e amo essere magra. Come già detto, il mio “mangiare sano” potrebbe, a lungo andare, portarmi all’obesità. Personalmente, non credo che questo sia possibile, per il momento sono ancora come dovrei essere, che sia grazie ad un metabolismo veloce oppure no poco importa. Ingrassare non mi preoccupa, prendo le giuste precauzioni, nonostante mi dicano che dovrei smetterla. Una volta, in un momento di rabbia, qualcuno mi ha urlato: “Bulimica!”. Eppure, io non soffro di una semplice bulimia, bensì di bulimia nervosa, un disturbo alimentare legato all’ingurgitare cibo in maniera smodata ed incondizionata, per poi smaltirlo attraverso vomito autoindotto, esercizio fisico o lassativi. È una cosa abbastanza comune nelle ragazze della mia età, o almeno credo. So che la bulimia porta con sé depressione, rischio più alto di ansia e tossicodipendenza, nonché erosione dello smalto dei denti a causa dell’acido gastrico con il quale sono continuamente a contatto. “Tu sei malata”, mi dicono. Forse sono malata, o forse no, ma sono felice. Corro dei rischi, ne sono consapevole, e decido di accettarlo.

Sono una ragazza semplice, ma due anni e mezzo fa mi è stato diagnosticato un disturbo nervoso chiamato schizofrenia, una forma di psicosi caratterizzata dall’alterazione delle forme di pensiero, del comportamento e dell’affettività. Il termine significa “suddivisione delle funzioni mentali”, a causa dei sintomi della malattia, che comprendono allucinazioni uditive, deliri paranoidi e discorsi disorganizzati. Ad essere onesti, le allucinazioni non mi dispiacevano, così come le manie. La situazione è diventata insostenibile quando, a causa di disfunzionalità dell’apparato motorio, ho dovuto cominciare a curarmi seriamente con numerose pillole, a causa delle quali sono stata costretta ad abbandonare tutto ciò che più amavo. È stato l’anno più brutto della mia vita, senza alcool, poca musica, sempre in compagnia di qualcuno che mi sorvegliasse e controllasse che prendessi le pillole giuste al momento giusto. Poi la depressione, quella vera. Arrivata a venticinque anni, non avevo più la forza di muovermi.

Dopodiché la svolta, l’ultimo sforzo fisico, benedetto sforzo fisico che mi ha restituito la mia amata libertà, che tanto mi era mancata in quel periodo. Da quello sforzo è passato ormai un anno e mezzo, sono tornata a bere, ad essere sola e libera, ad ascoltare la musica al volume che piace a me e a mangiare fritture su fritture. Nessuno dovrà più preoccuparsi del mio futuro se non io, e il mio futuro è questo eterno presente. Ora sono felice.

 

CONCORSO DI SCRITTURA CREATIVA LA SCIENZA NARRATA

 

2016-07-14_1530Nella splendida cornice di Villa Miani a Roma, nel corso della 14^ edizione del Premio Letterario Merck, si è tenuta la cerimonia di premiazione dei vincitori del concorso di scrittura creativa “La scienza narrata”, che da 10 anni coinvolge gli studenti delle scuole superiori italiane. Anche quest’anno un’alunna del Liceo Scientifico A.Diaz di Caserta, Lucia Schiavone della classe 2D, ha ricevuto la menzione d’onore dalla giuria composta da autorevoli esponenti del panorama scientifico nazionale, per il racconto “Sulla scia della verità”. Presenti all’evento, coordinato dal poeta e scrittore Franco Marcoaldi, i proff. Piergiorgio Odifreddi, Carlo Alberto Redi, Andrea Moro, l’immunologo Alberto Mantovani, la scrittrice inglese Helen Macdonald, l’attore Toni Servillo, il musicista Ivano Battiston, i dirigenti della Merck, azienda promotrice ed organizzatrice della manifestazione e tanti altri personaggi del mondo culturale e scientifico italiano. Lucia, accompagnata dai suoi genitori, dalla referente del progetto Prof.ssa Titti D’Angelo, e dalla sua docente di lettere, la Prof.ssa Maddalena Gastro, ha ricevuto i complimenti dalla giuria, dagli altri concorrenti e dall’attore Toni Servillo che era presente all’evento con la moglie, Prof.ssa Manuela La Manna docente anche lei del Diaz.

Il racconto di Lucia Schiavone

http://www.scienzanarrata.it/racconti/finalisti-2016/sulla-scia-della-verita_247.html

 

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LA SCIENZA NARRATA

 

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Si è concluso il Concorso “La scienza narrata”, concorso di scrittura creativa per studenti delle scuole superiori a cui si è chiesto di comprendere la scienza come qualcosa di così vicino alle loro vite, da poterne parlare in un racconto, al pari dell’amore o dei problemi adolescenziali.

Il Concorso, giunto alla sua 9° edizione, è una sezione del Premio Letterario Merck, evento assolutamente unico nel panorama culturale italiano ed internazionale dedicato a saggi e romanzi, pubblicati in italiano, che sviluppino un confronto ed un intreccio tra scienza e letteratura.

Hanno partecipato 300 alunni provenienti da diverse scuole. In una prima selezione sono stati scelti 24 finalisti di cui due appartenenti al nostro Liceo Filippo Izzo 3I e Nicoletta Sardo 2I. Di questi, tre racconti, ritenuti migliori da un’apposita giuria, sono stati poi premiati nel corso della serata conclusiva del 13° Premio Letterario Merck che si è tenuta martedì 14 luglio a Roma, a Villa Miani, elegante edificio neoclassico sulla Collina di Monte Mario, alla presenza dell’eccellenza del mondo scientifico e letterario italiano.

La Giuria del Concorso, ha inoltre conferito Menzioni d’onore ad alcuni degli studenti finalisti, i quali, con i loro racconti, si sono particolarmente distinti nel promuovere e diffondere la conoscenza scientifica. Una Menzione è stata conferita alla 4° classificata Nicoletta Sardo della 2I del Liceo Scientifico A. Diaz, con il racconto “Quello che la Disney nasconde…”

Una bellissima e gratificante esperienza, questa vissuta dalla quindicenne Nicoletta, scelta da una giuria di scienziati e ricercatori, che le ha dato anche l’opportunità di incontrare personaggi come Piergiorgio Odifreddi e Nicola Piovani, musicista e compositore autore di colonne sonore di film da Oscar a cui è stato assegnato un Premio speciale, per la suite orchestrale ‘Epta’. La suite è frutto di un esperimento fra note musicali e numeri aritmetici, che Piovani ha elaborato insieme a Piergiorgio  Odifreddi, ispirata al numero sette, al suo fascino nella tradizione poetica, mitologica, biblica e nella matematica antica e contemporanea.

Complimenti Nicoletta!!

Complimenti anche alle docenti che l’hanno sostenuta: Prof.ssa Immacolata D’Angelo, Referente del Progetto e Prof.ssa Giuseppina Di Ture, sua docente di Scienze e soprattutto complimenti al Liceo Diaz che, come sempre, offre ai suoi alunni significative esperienze culturali e di vita.

Ecco il racconto

QUELLO CHE LA DISNEY NASCONDE…

“Uno non può pensare bene, amare bene,

dormire bene, se non ha mangiato bene”

Virginia Woolf

Tutte le bambine, compresa me, hanno sempre sognato di vivere una storia come (quasi tutte) quelle

narrate dalla Disney con l’immancabile lieto fine, dopo le peripezie affrontate con coraggio e

l’antagonista sconfitto. Tra quelle più conosciute ricordiamo:

– Biancaneve che, dopo aver dato un morso alla fatale mela rossa, aveva ricevuto il bacio del

principe azzurro che l’aveva resuscitata, così che insieme potessero vivere felici e contenti;

– Cenerentola che, scendendo in fretta le scale, poiché allo scoccare della mezzanotte sarebbe

svanito l’incantesimo, perse la provvidenziale scarpetta di cristallo, grazie alla quale il

principe riuscì a rintracciarla: così si sposarono e insieme vissero, anche loro, felici e

contenti;

– Aurora, che conosciamo come “la bella addormentata” perché, dopo essersi punta con il

fuso dell’arcolaio incantato da Malefica, cadde in un sonno che sarebbe durato a lungo se

non ci fosse stato il bacio del vero amore stampatole sulle labbra dal principe, con il quale

visse anch’essa felice e contenta;

Insomma, il finale è sempre lo stesso, anche per Ariel, Belle e quasi tutte le principesse. Ma io, che

faccio parte di questo mondo, vi posso assicurare che la Disney non rivela tutto, sia perché offre ai

bambini ciò che vogliono vedere, sia perché sono fiabe e, dopo tante vicissitudini affrontate, si

spera che il seguito proceda senza ostacoli, ma non è così…!

Salve a tutti, sono la principessa Nadia e scommetto che molte delle persone che stanno ascoltando

non mi conosca, eppure anch’io sono stata protagonista di un cartone animato e perché possiate

constatare che le mie parole siano vere, potete anche dare un’occhiata alla celebre filmografia della

Walt Disney Company! Il film, però, non ebbe successo; la mia vita non era così interessante come

quella delle mie colleghe così come non lo ero io: ragazza formosetta, con qualche brufolo sulla

fronte e grande interesse per le scienze. Pensavo di essere un fallimento di principessa e che presto

mi sarei ritirata in solitudine su un cocuzzolo di montagna, ma riacquistai la mia autostima quando

la compagnia cinematografica si accorse della mia essenzialità. Ora vi spiego perché…

14 giugno dell’anno ****

TOC TOC… TOC TOC…

“Ma chi è che bussa a quest’ora del mattino?” contestai con la bocca ancora impastata dal sonno e

con una tazza di caffè fumante in una mano, mentre con l’altra andai ad aprire alla porta.

“Buongiorno signorina Nadia. Possiamo entrare?”

Riconobbi subito i due uomini in abito gessato che attendevano davanti all’uscio e li maledissi per

non avermi avvisata nel tempo debito in cui avrei potuto darmi un certo contegno. Poi pensai che,

se erano lì, c’era possibilità di un nuovo impiego, così mi scostai per fare loro spazio: “Prego,

entrate pure”.

Sicuri di sé, si diressero in sala da pranzo come se conoscessero ogni andito del palazzo,

poggiarono le loro ventiquattr’ore sul tavolo e attesero che mi sedessi anch’io, quasi fossi l’ospite.

“Principessa, abbiamo bisogno del suo aiuto”. “Che??Il mio aiuto?”. “Biancaneve, Cenerentola,

Ariel, Aurora, non sono più le stesse dal matrimonio. Sa bene come la vita di palazzo possa

sembrare spensierata agli occhi esterni quanto sia faticosa realmente” iniziò il primo con una voce

che tradì la sua compostezza.

“Esatto! La tabella di marcia è rigidissima: lezioni di galateo, equilibrio, portamento, dizione e

tanto altro che non lasciano alle principesse un attimo di svago” proseguì il secondo.

Non comprendendo, un po’ per il sonno, un po’ per la loro vaghezza, dove volessero andare a parare,

domandai : “Ok,ma io in cosa posso esservi utile?”

Fu così che mi ritrovai a fare un tour per i vari castelli dove mi resi conto che i due non stavano

mentendo e che tutte le principesse erano stanche, pallide e smagrite più di quanto già fossero.

Collegando vari episodi che ancora erano disconnessi nella mia testa giunsi ad una consapevolezza

terrificante: avrei dovuto sconfiggere un male molto più grande di tutte le streghe, le mele

avvelenate, i fusi e i draghi dei film!

Chiesi così ai due rappresentanti di convocare una riunione con le altre in modo da poter discutere

di ciò. Nella sala si era levato un gran brusio riguardo il tema dell’incontro: “Forse a distanza di

anni ci vogliono tutte insieme in uno stesso film come hanno fatto per gli Avengers?” avanzò

Biancaneve.

“Wow Bibi sarebbe fantastico. Potrebbe intitolarsi: The Disney princesses” propose Cenerentola.

“Che fantasia, Cene’!” la troncò un po’ acida Aurora, per gli effetti collaterali dati dal lungo

sonno.

Decisi di intervenire prima che il diverbio si trasformasse in accapigliamento. Quando mi videro,

tacquero e arrossirono perché probabilmente non si aspettavano di vedermi dopo il mio clamoroso

insuccesso. Erano e sono così buone che non sapevano nemmeno cosa dire per evitare di ferirmi,

così cominciai io: “Ciao ragazze, come va? È da tanto che non ci si vede”.

Così si ruppe il ghiaccio che il tempo aveva creato e, dopo i convenevoli, spiegai il motivo della

mia presenza: “Sono qui perché ho notato che i reami, di cui siamo le principesse, stanno andando

lentamente a rotoli a causa di un nemico, il peggiore di tutti, che inconsapevolmente sta prendendo

piede anche nelle vostre menti”.

Come è ovvio, non fu facile per loro intuire di che tipo fosse il male, proprio perché quest’ultimo fa

in modo che tu non te ne renda conto, nonostante tutti gli altri continuino a ribadirne l’esistenza.

“Si chiama DCA, ossia disturbo del comportamento alimentare. È presente in diverse forme:

anoressia e bulimia nervose, disturbo da alimentazione incontrollata, obesità, picacismo. I nostri

sudditi tendono ad emularci, a prenderci come esempio, ecco perché noi dobbiamo essere fautrici

di quel cambiamento che permetterà ai nostri regni di risollevarsi e di distruggere il DCA. Vi siete

viste allo specchio? Siete deperite, fragili, irritabili, non avete nemmeno più la forza di regnare!

Dovete capire prima di tutto voi e poi trasmettere agli altri che non c’è bisogno che un numero

sulla bilancia caratterizzi l’andamento della vostra giornata. È tutto nella vostra testa, dipende da

voi!”.

Mettendo in faccia alle principesse la realtà che il DCA aveva offuscato e facendo leva sul loro

senso di dovere e amore verso il proprio regno, le convinsi a farsi aiutare da me.

Per la prima volta sentii che quella diversità che mi caratterizzava avrebbe potuto essere di grande

beneficio per gli altri. “Che bello sentirsi utile!”, ricordo di aver pensato.

Assistetti ad un momento tragicomico quando le ragazze si accomodarono in modo goffo sulle sedie

poggiando sulle gambe i block notes per prendere qualche appunto dalla mia lezione improvvisata:

“Sapete bene, anche se lo avete dimenticato, che il corpo ha bisogno di energia per compiere

qualsiasi attività (muoversi, correre, studiare, leggere, stare in equilibrio con pile di libri sul capo,

regnare,…). Ovviamente esso trae l’energia dagli alimenti che assume, da molecole, atomi e ioni,

per rinnovare le cellule e i tessuti e per regolare lo svolgimento delle sue varie funzioni.”

“Un secondo, per rinnovare cosa? Molecole? Atomi? Ioni?” Ariel mi chiese spiegazioni. Mi

trattenni dall’alzare gli occhi al cielo.

Sarebbe stato un pomeriggio molto lungo…

Mentre elencavo loro i vari sintomi e gli effetti derivanti del DCA, mi accorsi dai loro occhi che le

mie parole le stavano ridestando dal brutto incubo in cui la malattia le aveva intrappolate…

“… Detto ciò, dobbiamo fondare centri specializzati che offrano sostegno a chi soffre di questo

disturbo, permettere a tutti di riacquistare autostima, fiducia, combattere l’immagine distorta che si

ha di se stessi. C’è bisogno di una mobilitazione comune affinché si faccia luce su ciò che è

oggettivamente giusto o sbagliato: basta modelle spigolose, basta persone private della loro vita

perché troppo in carne per poter correre, camminare, muoversi. Io propongo una riforma, la

chiameremo RI-EDUCAZIONE ALIMENTARE: faremo entrar tutti nella convinzione che per

ottenere risultati permanenti, bisogna alimentarsi in maniera qualitativamente e quantitativamente

corretta,cosa che richiede tempo, volontà e costanza, e questo, più di qualsiasi pillola ‘miracolosa’

o dieta ‘fai-da-te’, permetterà a tutti di riappropriarsi della propria vita e della libertà dal DCA!”

A partire da quel fatidico 14 giugno ci fu un’intensa fase di volantinaggio, di sollecitazione, vennero

affisse piramidi alimentari in tutte le scuole, nacquero centri di riabilitazione, tutti cominciarono ad

apprezzarsi per ciò che erano, ad acquistare frutta, verdura e ogni tanto a concedersi un po’ di junk

food. Venne sfatato con il tempo il mito secondo il quale “magro è bello”, perché permeò le menti la

realtà secondo la quale “la bellezza è negli occhi di chi guarda” e che la vita è un dono che non

possiamo essere così egoisti da disprezzare …

“Da due anni a questa parte sono una motivational speaker in questo ambito e ho capito di essere

diversa dalle altre principesse,ecco perché il mio film non fu un successo allora: il mio sogno era un

altro e ora l’ho realizzato.”-concludo.

“E le altre ragazze?”mi chiede un bambino dal pubblico.

“Sconfitto il DCA, stanno lottando contro altri mali”.

 

NICOLETTA SARDO

2ª I, Liceo Scientifico Statale Armando Diaz, Caserta

 

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Il Lancio della 9° edizione di “La scienza narrata”

Caserta 6 febbraio 2015 Teatro Comunale

 

Il liceo “Diaz” porta a CASERTA Piergiorgio Odifreddi

 

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Una scuola che sa farsi ’polo’ scientifico del territorio e che riesce a coniugare scienza e umanesimo è il risultato di anni di lavoro intenso sulla didattica , di una scelta per l’innovazione nel rispetto della’antica tradizione del Diaz. Un progetto non solo di indirizzo per la didattica, ma un management che ha cambiato tutta l’organizzazione, dagli spazi fisici alle risorse umane e, soprattutto, la gestione che , come dicono al liceo, si vede che è frutto di una mente matematica, di un ingegnere che ha saputo ottimizzare ogni risorsa. Un’azione complessiva ispirata a modelli matematici quella del Dirigente Suppa che giorni fa, andando oltre i confini della scuola, nell’apertura del convegno dell’associazione Mathesis ha voluto mandare un messaggio alla politica-

”E’ indispensabile che i nostri governanti, al momento di decidere del nostro paese e dei nostri giovani, si avvalgano, come già accade nel campo scientifico, anche di modelli matematici, oggi sempre più precisi e rigorosi, in grado di simulare e prevedere gli effetti dei provvedimenti relativi, in particolare, al settore economico e finanziario”.

Ed ora per gli alunni del Diaz e per altri alunni delle scuole del territorio, in sinergia con il Comune di Caserta che ha patrocinato l’iniziativa,un altro incontro con la Matematica, un incontro veramente speciale con il prof Piergiorgio Odifreddi che, affiancato dallo sceneggiatore e scrittore Maurizio Braucci, guiderà la platea di giovani alla scoperta delle meraviglie della scienza, come una ‘guida’ in un museo, accompagnerà i ragazzi e tutto il pubblico in un viaggio immaginifico alla scoperta del significato profondo dei numeri, tra matematica e filosofia, letteratura e gioco. «Cos’è il numero che l’uomo può capire? E cos’è l’uomo, che può capire il numero?» Odifreddi affronta le due domande con un approccio più fluido e pratico: invece di provare inutilmente a dirci cos’è il numero in astratto, mostrerà utilmente una serie di numeri in concreto. La sfida sarà poi raccolta da editor, giornalisti e scrittori che saranno chiamati a trasformare insieme ai ragazzi durante laboratori didattici gratuiti questi input in narrazioni letterarie, testimoniando la possibile integrazione tra due saperi, quello scientifico e quello della letteratura.

Nel Teatro Comunale, il 6 febbraio 2015, alle ore 10.00, da Caserta, sarà –così- lanciata la nona edizione de “La scienza narrata – Esperimenti di scrittura creativa”, progetto promosso dal gruppo chimico-farmaceutico Merck che coinvolge tutti gli studenti delle scuole superiori italiane al fine di promuovere tra i giovani la cultura scientifica e li invita a partecipare al concorso nazionale che vedrà i vincitori premiati nel corso della cerimonia del Premio Letterario Merck, prestigioso riconoscimento giunto alla tredicesima edizione che si propone di valorizzare saggi e romanzi tesi a sviluppare il confronto e l’intreccio tra scienza e letteratura. I migliori lavori inoltre saranno raccolti in una pubblicazione. (www.facebook.com/scienzanarrata).

Un’esperienza esaltante nel campo della conoscenza scientifica che si estende alle scuole della città e della provincia grazie all’impegno del preside Suppa e della disponibilità del Sindaco Del Gaudio che, con l’assessore Nicoletta Barbato, ha creduto in questo evento … e così il Diaz porta il grande Oddifreddi a Caserta.

Stefania Modestino

 

 

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